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NUOVI ARRIVI – FEBBRAIO / MARZO 2015

A metà febbraio,  camminando per la Piazza del Municipio,  nel centro della città, ho notato che c’erano più ragazzi e bambini del solito. Alcuni chiedevano l’elemosina, altri pulivano  automobili. Com’  è mia abitudine in situazioni di questo tipo,   ogni volta che si avvicinavano per chiedere l’elemosina  o per pulirmi  l’auto,  io facevo loro domande sulla loro situazione, sul motivo per cui si trovavano li sulla strada ….  In dieci giorni,  mi ero piú  o meno fatto un quadro della situazione. Praticamente tutti loro mi conoscevano già, “Tu sei  Padre Pedro”, mi dicevano.

Ragazzi sulla Piazza del Municipio

Ragazzi sulla Piazza del Municipio

Alla mia domanda com’era che me conoscevano, rispondevano che mi conoscevano tramite  altri compagni di strada.  Non è poca cosa il fatto che mi conoscessero, perché  subito dopo  – e questo succede molto spesso-   arrivava la richiesta “vogliamo venire con te al Centro”. Dopo aver parlato con loro varie volte , ho preso due di loro e li ho portati con me all‘ ufficio dei  Servizi Sociali (“Acção Social”).  E lì i “técnicos de Acção Social”  mi dicono che hanno un grosso problema, perché il numero dei ragazzi di strada( “crianças da rua”) era aumentato notevolmente.

Incontro notturno sulla Piazza del Municipio

Incontro notturno sulla Piazza del Municipio

Io ho risposto che   se non esistevano obiezioni da parte di qualcuno, io stesso li avrei portati al Centro, dopo aver fatto la  registrazione presso l’ “Acção Social”.  I funzionari mi hanno ringraziato, chiedendomi di tornare il giorno successivo (5  marzo  2015).  Trascorro il giorno 6  a colloquio con il Direttore Provinciale  dell’  Acção Social,  il quale mi spiega che a Beira  un centro per minori   è stato chiuso,  senza previa notifica, senza fare lo sforzo di sistemare i ragazzi in altri  centri: hanno semplicemente  buttato    i minori sulla strada,  hanno chiuso il centro e se ne sono andati.  “Questa è la nostra situazione, signor  Padre”, mi dice il direttore.  Quello stesso giorno noi abbiamo accolto 11 ragazzi nel nostro  Centro : il numero totale di  quelli che io stesso avevo accompagnato all’ “Acção Social”. Nei giorni successivi se ne sono aggiunti altri  tre.  Oggi (16  marzo), mentre scrivo queste righe, sono in attesa dell’ arrivo di altri quattro. *.

Arriva  il  primo  gruppo

Arriva il primo gruppo

In fretta abbiamo dovuto adattare alcune delle case del Centro, provvedendo attrezzature e facendo modifiche atte a far fronte alla nuova situazione.

La  prima cosa è stata comprare capi di vestiario , in quanto i ragazzi erano venuti con quello che avevano indosso ,  a mani vuote.  Poi abbiamo dovuto comprare materassi e coperte.

Ci siamo poi subito  messi in contatto con  varie scuole per  ottenere   quanto prima l’iscrizione  scolastica (la scuola qui era iniziata già da varie settimane, in febbraio ).

Abbiamo pure fatto eseguire gli esami medici e, grazie a Dio, non sono stati rilevati grossi problema di salute.

Il lavoro di adattamento del Lar São Jerónimo sta procedendo bene. Dovrei qui ringraziare i ragazzi più grandi del Lar per l’aiuto che mi stanno dando in questo  lavoro:  stanno aiutando i nuovi venuti ad integrarsi bene , li trattano con cortesía e con attenzione alle loro necessità .  Insomma,  l’ integrazione sta procedendo molto   positivamente.

Registrazione dei dati anagrafici dei neo-arrivati

Registrazione dei dati anagrafici dei neo-arrivati

Parlando del tema della scolarizzazione,  conviene   sottolineare che che  più   della metà di questi ragazzi  si  trovano ad un livello di “alfabetizzazione”.  Però ad un’ età che va dai  12 ai 14 anni non pensabile metterli in Prima Classe Elementare con bambini di 6 anni. Inoltre  è meglio per tali ragazzi fare tre anni di alfabetizzazione, invece dei cinque della scuola Primaria. Oggi, 16 marzo,  iniziano la frequenza scolastica in una scuola di   alfabetizzazione  abbastanza vicina  a noi.

Abbiamo pure iniziato a risolvere il problema della documentazione:  stiamo già lavorando alla ricompilazione dei dati per poter ricostruire la storia sociale di ciascuno di loro.

Vengono date le prime istruzioni

Vengono date le prime istruzioni

Voglio qui sottolineare che venerdì scorso, rientrato al Centro, ho concesso ai ragazzi  l’uscita di fine settimana;  l’ intenzione era  quella di vedere se sarebbero tornati o se avrebbero preferito rimanere sulla strada , come pure quella di ottenere informazioni sulla famiglia, se questa ancora esisteva.   É successo che il sabato alcuni già erano rientrati qui  al Lar, e la domenica pomeriggio tutti erano di ritorno, accompagnati da altri due nuovi.    Questo è un indizio   molto positivo: per lo meno sappiamo che  hanno  realmente intenzione di continuare con noi.    D’altro canto  non abbiamo notizia di alcun loro  parente,  e tutto indica che sono  effettivamente,   “figli  di  S. Girolamo”, orfani di padre e madre .

P. Pedro torna a casa con gli ultimi quattro che si sono aggiunti

P. Pedro torna a casa con gli ultimi quattro che si sono aggiunti

* Dopo questa data han fatto il loro ingresso altri  nove:   tre sono stati condotti  dalla Polizia dei Minori  ( “Gabinete de Atendimento à Mulher e a Criança vitima de violencia”  = Ufficio per l’ Assistenza alla Donna e ai Minori vittime di violenza), due sono stati presentati   dall’ “Acção Social” , e altri  quattro arrivavano   direttamente dalla strada   (alcuni erano ex-residenti  del centro che era stato chiuso  ).

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NEW KIDS IN THE “LAR” (FEBRUARY – MARCH 2015)

In mid-February, while strolling through the Town Square in the center of city, I realized that there were more teenagers and children than normal, some begging, other cleaning cars. As I often do in these situations, whenever approached by them begging or asking to clean the car, I talk   to them about your situation, the reason for being there, on the street …; roughly ten days I had a general idea of the situation.

Kids in the Town Square

Kids in the Town Square

Nearly all of them knew me already, “you are the Father Pedro,” they tell me. Asking how they knew me, they said that they knew me from other companions of the street. It is significant that they knew me, because, as has happened on many occasions, they asked, “can we go with you to the Centre”. Having talked to them several times I took two and of them with me to “Social Acção” (Social Services). It was there that I was told by the “técnicos de”Social Acção ”  (social workers) that they  had a big problem, because there was markedly increase in  the number of “da rua crianças”  (street children) I told them that once registered with “Social Acção   and if there was no problems, I myself would take then to our  Center “. It was March 5 the officials told me to return the next day.

Night meeting in the Town Square

Night meeting in the Town Square

I returned the next day for a meeting with the Regional Director of Social Services, who told me that a center in the city had closed without notice, without trying to place the children in other centers, just putting the children on the street and walking away. “That’s the situation,” I was told, by the Regional Director. That same day, I took eleven children to our center including those I had taken to social services the day before. The next day three other children arrived. Now 16 March we are expecting four more.

We quickly had to adapt our houses to this new situation in structures and materials.

The first thing we did was buy clothes for these new children, because they came with nothing, empty-handed, then mattresses and blankets.

The arrival of the first group

The arrival of the first group

Quickly we contacted different schools to ask them to be admitted as soon as possible (here the classes had begun weeks earlier, in February).We arranged medical examinations and, thank God, no major health problems came up.
Their adaptation to Lar São Jerónimo  is going  very good. Here we have to  thank the older children the  of the  Lar for the help they are giving me in this work, we are all  helping to integrate them,  treat them well and take  care for them, ultimately, integration is going very positively.

Taking information  from the  newly arrived

Taking information from the newly arrived

Speaking of school concerns: I would like to emphasize that more than half of these kids are going to have to do “literacy”, their  ages range  from  12-14 years and it would not be correct to put the with  children of  6 years  in Primary 1. In addition, it is more advantageous for them to do three years of literacy rather than five of Primary Education, Today, March 16; they will begin classes at a literacy school more or less close to us.

The issue of documentation we will start right now, we are working on gathering data to reconstruct the social history of each one of these young people.

Giving the first indications

Giving the first indications

I would like emphasize here, that the  Friday after they  arriving at the Centre,  we gave the permission to leave the  Lar  the weekend with the intention  knowing whether they would or would not  prefer to stay in the street, and also to obtain information from the family, if it existed. On Saturday, some were back some here in the Lar, and by Sunday afternoon, all had arrived back with two new ones. This is a positive sign; at least we know that so far, they intend to continue here. Furthermore we have no news of any their families, everything indicates that, indeed, they are “children of St. Jerome,” fatherless and motherless.

Fr. Pedro arriving home with the last four who have joined

Fr. Pedro arriving home with the last four who have joined

* After March 16th nine more children arrived, three from “Gabinete de Atendimento à ea Mulher Crianca Vítima de  violenca” (Juvenile Police) two from “ Social Acção”  and four others came  directly from the street, some former  residents of  the center which closed.

NUEVOS INGRESOS – FEBRERO/MARZO 2015

A mediados de Febrero, paseando por la Plaza del Municipio, en el centro de la ciudad, me di cuenta de que había por allí más adolescentes y niños de lo normal. Unos pidiendo limosna, otros limpiando coches. Como suelo hacer en estas situaciones, cada vez que se acercaban a pedir limosna o limpiar el coche, hablaba con ellos sobre su situación, el motivo de estar allí, en la calle…; más o menos en diez días ya tenía un perfil general de esa situación. Prácticamente todos ellos me conocían ya, “tú eres el Padre Pedro”, me decían.

Chavales en la Plaza del Municipio

Chavales en la Plaza del Municipio

Preguntándoles cómo es que me conocían ellos decían que me conocían por otros colegas de la calle. No es baladí el hecho de que me conocieran, porque seguidamente, y como pasa en muchísimas ocasiones, llega el pedido “queremos ir contigo al Centro”. Tras haber hablado con ellos varias veces, cogí a dos y los llevé conmigo a “Acção Social” (Servicios Sociales). Fue allí donde me dijeron (los “técnicos de Acção Social”) que tenían un gran problema, porque había aumentado notoriamente el número de “crianças da rua”,

Encuentro nocturno en la Plaza del Municipio

Encuentro nocturno en la Plaza del Municipio

yo les dije que si no había problema por parte de nadie yo mismo me los llevaría al Centro una vez registrados en “Acção Social”. Los funcionarios me dieron las gracias y me dijeron de pasar al día siguiente (5 de marzo de 2015). Pasé el día 6 y tuve reunión con el Director Provincial de Acção Social, el Sr. Director Provincial me comenta que han cerrado un centro en Beira, sin informar ni intentar colocar a los niños en otros centros, simplemente los mandaron a la calle, cerraron el Centro y se marcharon. “Esta es nuestra situación, Sr. Padre”, me dijo el director. Ese mismo día aceptamos a 11 en el Centro, era la totalidad de los que yo mismo había llevado a “Acção Social”, en días posteriores vinieron otros tres. Ahora, en este momento que escribo (16 de Marzo) espero el ingreso de otros cuatro*.

Al llegar el primer grupo

Al llegar el primer grupo

Rápidamente tuvimos que adecuar algunas casas del Centro, tanto materiales como estructuras, para hacer asequible la nueva situación. Lo primero que se hizo fue comprar ropa, pues vinieron con lo puesto, las manos vacías, después tuvimos que comprar colchones y mantas. Rápidamente entramos en contacto con las diferentes escuelas para pedir escolarización lo antes posible (aquí las clases habían empezado semanas antes, en Febrero). Ya hemos hecho también análisis médicos y, gracias a Dios, no hay grandes problemas de salud. El trabajo de adaptación al Lar São Jerónimo está siendo muy bueno. Tendría que agradecer aquí a los más mayores del Lar por la ayuda que me están dando en este trabajo, les están ayudando a integrarse muy bien, los tratan bien y tienen atención por ellos, en definitiva, la integración está marchando muy positivamente.

Tomando los datos de los que acaban de llegar

Tomando los datos de los que acaban de llegar

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Dando las primeras indicaciones

Hablando de centro relativos a escolarización destacamos que más de la mitad de estos chavales van a tener que hacer “alfabetización”, la edad de 12 a 14 años no es para juntar con niños de 6 en 1º de Primaria. Además de que para ellos es más ventajoso hacer tres años de alfabetización (que cinco de Educación Primaria). Hoy, día 16 de Marzo, van a comenzar las clases en una escuela de alfabetización más o menos próxima a nosotros. El asunto de documentación lo vamos a empezar ya mismo, estamos trabajando ya en la recopilación de datos para poder recomponer la historia social de cada uno de ellos.Quiero destacar aquí que el viernes, después de llegar al Centro, autoricé la salida de todos ellos para el fin de semana; la intención era saber si volverían o preferían quedar en la calle, y también para obtener informaciones de la propia familia, si ésta existía. Sucedió que el sábado ya estaban de vuelta algunos aquí, en el Lar, y el domingo por la tarde llegaron todos con otros dos nuevos. Esta es una señal positiva, por lo menos sabemos que efectivamente tienen, de momento, intención de seguir aquí. De otra parte no tenemos noticias de familiar alguno, todo indica que, efectivamente, son “hijos de S. Jerónimo”, huérfanos de padre y madre.

P. Pedro al llegar a casa con los cuatro últimos que se han incorporado

P. Pedro al llegar a casa con los cuatro últimos que se han incorporado

* Después de esa fecha han ingresado otros nueve: tres de ellos traídos por la Policía de Menores (Gabinete de Atendimento à Mulher e a Criança vitima de violencia”, dos provenientes de “Acção Social” y otros cuatro provenientes directamente de la calle (algunos antiguos residentes en el Centro que cerró).

ENTREVISTA A PADRE PEDRO (por Moncho Torres)

Padre Pedro, director del Lar São Jerónimo / Moncho Torres

El Padre Pedro López (Aranjuez, 1965) llegó a Mozambique en agosto de 2005. Siempre en compañía de otros Padres somascos (desde 2009 se encuentra a su lado el Padre Carlos, también madrileño), el Padre Pedro es el director del Lar São Jerónimo: ese todo a las afueras de la ciudad de Beira (provincia de Sofala) que abarca un orfanato, escuela de alfabetización, agropecuaria y centro de formación profesional. Padre Pedro,  un estratega que, con estilo napoleónico, logra sacar adelante una obra que a otros muchos superaría. Cuando se le conoce, parece hallarse siempre cavilando acerca del mejor modo de hacer frente a los continuos obstáculos diarios que se le plantean: haciendo malabarismos con las cuentas para llegar a fin de mes, el intento por mejorar la situación de los huérfanos y huérfanas a los que tutela (cuyo cariño mutuo es total) o sobre cómo ayudar a los otros jóvenes que todavía continúan en la calle: solos, hambrientos, desamparados.

Entrevistamos a P. Pedro en el Lar São Jerónimo, antes de la cena, en uno de los pocos momentos  tranquilos que tiene al día:


 

– Antes de nada me gustaría conocer cómo comenzó todo, cómo se creó el Lar São Jerónimo, incluso un poco antes, en Barada (el primer destino en Mozambique, un lugar apartado de la civilización, en medio de un gran palmeral, en la misma provincia de Sofala, donde había un internado y escuela de dimensiones mayúsculas, con 1.500 alumnos y más de 700 internos), As Palmeiras (en el centro de la ciudad de Beira), e incluso un poco antes, en España, ¿por qué se decidió venir hasta aquí?

En un principio no se pensaba en un centro como el que ahora tenemos, ni se pensaba tampoco en una obra directa de la congregación. Se pensaba más bien en coger algún tipo de obra vinculada al sistema educativo, donde pudiera desarrollarse la congregación, presentar su carisma y trabajar en el mundo vocacional. Y es así, con estas ideas, que se llega a Barada. Barada, una misión de la Diócesis de Beira gestionada por un comboniano, el Padre Otorino, que a su vez se halla dentro de la Asociación Esmabama. La permanencia en Barada no llegó a 3 años, debido a que en cierto momento los Padres que nos hallábamos allí nos dimos cuenta que nuestra situación y manera de estar dentro de Esmabama era bastante complicada, además de ser una misión que ya funcionaba bien, mientras veíamos a su vez las necesidades que había en Beira, con los niños y niñas de la calle.

Y es así que decidimos pensar en algo nuestro, de la congregación, algo del mundo de los huérfanos y de los chicos de la calle, de la juventud abandonada, en definitiva. Entonces el planteamiento era: nos quedamos aquí, en la diócesis de Beira, o nos vamos a Maputo. Pero al ver la buena acogida por parte del obispo de Beira de nuestra propuesta, decidimos quedarnos.

En un primer momento tratamos de ayudar a los niños que veíamos en la calle, dándoles algo de comida y pasando algún tiempo con ellos; pero había muchos que estaban enfermos y dormían a la intemperie, por lo que decidimos hacer más. Y es así que alquilamos una casa con capacidad para 10 críos, los tuvimos, y al mismo tiempo tramitábamos con el Ayuntamiento la obtención de este terreno. Al obtenerlo, presentamos proyectos a instituciones europeas, en lo que ayudó muchísimo la oficina de misiones de nuestra congregación dirigida por el Hermano Gali y después también con los fondos que comenzaron a llegar de la Provincia de España y, especialmente, de la ONGD Fundación Emiliani.

El proyecto inicial eran casas de acogida, un centro de formación profesional y un centro diurno. Todas estas perspectivas se están cumpliendo: la acogida de menores ya funciona con la zona residencial, el centro de formación profesional comenzará a funcionar en enero – febrero de 2011, y nos queda pendiente un poco el asunto del centro diurno. Resulta preciso señalar que cuando el proyecto se inscribe nos encontrábamos en la ciudad, donde un centro diurno hubiera tenido otra utilidad. Aquí en la zona donde nos encontramos (a 20 km de Beira), el centro de día resulta un poco más complicado.

Mi intención en la actualidad es encontrar una alternativa a este centro diurno a través de los cursos de formación profesional. Me explico, casos de chavales que puedan venir a estudiar, que pasen parte del día aquí mientras aprenden un oficio y que a lo mejor, con el tiempo, si las condiciones generales lo permiten, exista la posibilidad de integrarlos en la residencia. Y para aquellos que tienen la posibilidad de regresar con sus familias, pueden pasar aquí parte del día, donde adquirirán una formación profesional, además de proporcionarles comida, participar de otras actividades y, por la noche, pernoctar con algún familiar.

Además, se podrá dar el caso de otros niños o jóvenes que se encuentren en una situación de pobreza absoluta aquí en la zona, por lo que el centro de día podría encontrar aquí su sentido. Aunque esto se hará, como hemos hecho hasta ahora, poco a poco, en el caminar, antes deberé resolver algunas incógnitas.

Los niños de la ciudad vendrían hasta aquí en transporte público. Otra idea es alquilar algunas casas cerca de este centro, no digo en la zona del Lar São Jerónimo pero sí en un lugar aproximado, puede ser un barrio cercano, donde podemos tener grupos de 3 o 4 chavales, de 16 – 17 años. Son chavales que ya tienen una cierta autonomía allá afuera. Si antes la idea era traerlos aquí, tal vez lo mejor es mantener esa autonomía, donde ellos van a tener su casa y prepararse la cena, pero después podrán optar por una formación profesional aquí dentro e incluso podremos ofrecerles la comida. Con ello nos encontraríamos con un tipo de centro de día, una situación intermedia, que puede ser bastante beneficiosa para ellos.

– ¿Y estas casas contarían con cuidadores?

– No, las casas se las tendrían que gestionar ellos, sin cuidadores. Después, también está el problema de la acogida de niños menores de 10 años, incluso de 10 y de 11. Reservar más los espacios del centro para esas edades. La construcción de la quinta casa, que ya se ha comenzado dentro del recinto del Lar São Jerónimo, estaría destinada  a estos chavales mayores, cuya independencia se halla próxima. Y en esta dirección podrían funcionar también esas casas de las que hablaba, no solamente en la ciudad de Beira, sino también fuera. Puede ser una idea que podemos transportar a ciudades como Chimio (provincia de Manica).

Aquí tuvimos la visita de la directora general de Acción Social de Chimoio, la cual al ver esto se quedó muy sorprendida y nos invitó a ir allá. No digo que debamos ir y hacer lo mismo que estamos haciendo aquí, pero que sí podemos ir y empezar como lo hicimos aquí: una casa alquilada, un grupo de chavales, después viene conseguir un terreno, la construcción de una casa y finalmente Dios dirá. Creo que contamos con laicos que nos pueden ayudar en esto, y que podrían ser personas vinculadas al Movimiento de los Laicos Somascos. Estos centros dependerían de éste y, en un principio, serían de pequeñas dimensiones: se trataría de familias de acogida como apéndice de este centro, llevada por educadores y vinculados al Lar São Jerónimo. Además existe la posibilidad de que el día de mañana pueda haber más Padres que vengan a Mozambique, nativos o no, por lo que no sería necesario concentrar todas las fuerzas aquí. Se podría pensar por ejemplo también en Maputo, como el fin de estar más cerca de las instituciones centrales. Esto es un poco el pasado, presente y futuro, lo que puede llegar a ser.

P. Pedro sirviendo Maheu, bebida tradicional, en una de las festividades del Lar / Moncho Torres

– ¿Me podrías hablar un poco de tu experiencia profesional en el pasado?

– Mi experiencia proviene de un centro tutelado de menores en Teià (Barcelona). 21 menores repartidos en pisos y por edades, en una gran masía. Allí trabajé 9 años.

– ¿En qué se diferencian esos niños de éstos?

–  En la cultura, básicamente. La carencia de afectividad está presente en todos ellos. Aunque, actualmente, en Europa son bastante más agresivos. Los de aquí son muy tranquilos.

– ¿Qué fue lo más difícil al llegar aquí? Idioma, la cultura, encontrar el lugar donde comenzar…

– La verdad es que no encontré muchas dificultades. Suelo ser un tipo que me adapto bien a las situaciones. Y tal vez lo más difícil fue el esfuerzo de, a través del portugués, lograr entenderme con los demás. Tardé unos 3 meses en hablarlo y defenderme bien. Iba haciendo mis pinitos: escribía la homilía en castellano y luego la traducía al portugués para leerla en misa,  traducir todo lo que se me ponía delante, hablaba mucho con la gente y pedía que me corrigiesen…

– ¿El primer contacto con los niños de la calle cómo fue?

– El primer contacto fue fácil, pues basta salir a la calle para encontrártelos. Entonces te acercas a ellos y sabes que lo primero que van a hacer es pedirte algo, para luego narrarte sus historias. Historias que generalmente las primeras suelen… no ser verdad, fantásticas, imaginarias, por no decir mentira. Y cuando te vas ganando su confianza, poco a poco, vas descubriendo la verdad de la persona, y la verdad de la situación que vive (les llevábamos medicamentos, comida, veíamos dónde dormían). Ese primer contacto lo realizamos juntos el Padre Bruno y yo a base de patearnos la calle. Teníamos los mismos pensamientos, la misma manera de actuar. Esto nos hizo madurar mucho y acelerar todo lo que estamos viviendo ahora.

– ¿Cómo trabajáis con los servicios sociales?

– Cuando tenemos a alguien para traer al centro, algún chaval o alguna chica, se presenta a Acción Social (nombre que reciben aquí los servicios sociales) y ellos dan el reconocimiento. Y, por otro lado,  cuando ellos nos necesitan, nos proponen candidatos para entrar aquí. Trabajamos de un modo similar al que se trabaja en España. Intentamos contactar con ellos siempre y estar en comunicación en lo referente a los niños.

– Me imagino que cuando llega un nuevo niño resulta necesario realizar cierta labor psicológica con él, ¿cuál es el proceso?

– Generalmente se integran bastante bien y son muy bien acogidos por el resto de compañeros. Lo primero es enseñarles las instalaciones, donde se van a ubicar. Después presentarles al personal y compañeros, muchas veces son los mismos compañeros los que se encargan de mostrarles todo, incluso las cosas a las que a lo mejor nosotros no les damos importancia y ellos sí. El siguiente paso es abastecer de ropas, de utensilios de aseo y lo siguiente ya es todo el protocolo médico y escolar. La búsqueda de la familia se va haciendo con el tiempo, pues al principio no suelen hablar de ello. Se va descubriendo poco a poco, algunos antes que otros.

P. Pedro con Rachide, uno de los jóvenes acogidos / Moncho Torres

– Por mi día a día aquí puedo ver que a muchos de los niños les has cogido cariño. Pero claro, este es un centro de entrada y de salida. ¿Cómo llevas la marcha de esos críos con los que has convivido durante tanto tiempo?

– Yo sé que se tienen que ir. Las salidas forman parte del ciclo y nosotros estamos aquí para eso. La intención es que, cuando alguien sale, sepan que esto es como su casa y que aquí tienen, como mínimo, amigos. Aparte de que no terminan por desvincularse, siempre existe un relación familiar: vienen, nos visitan, están con los amigos, piden alguna cosa… Es como el hijo que se marcha de casa, que llega a ver a los padres y… (Risas).

– ¿Han sido muchos los niños que se han marchado?

– No, de momento han sido unos 6, más o menos.

– Creo que en eso se puede apreciar un problema, en el sentido de que no se cumple uno de los principales cometidos del centro, que es la reinserción familiar y que así puedan entrar otros.

– Bueno, la salida de estos 6 ha sido por motivos familiares, porque se ha encontrado a alguien de la familia y se ha producido la reinserción familiar, incluso había algunos que la familia pensaba que habían muerto. No se han producido por llegar a la edad de emancipación. El proceso acabado, que lleguen a una edad y se independicen, eso todavía está por verse.

– La clave sería esa quinta casa y el centro de formación profesional.

– Sí, porque también hay que decir que la salida de aquí no resulta fácil. No siempre las familias los quieren llevar, incluso se hartan de tenerlos. El concepto que tienen ellos de sobrino y de tío no es el mismo que nosotros. Se suele decir que el concepto de familia aquí es muy fuerte, pero eso es sólo para unas cosas, para otras no. Ellos dirán: “Estos son mis hijos, tú no”. Incluso el modo en que viven ellos el sentido de la orfandad es muy diferente. Cogen al huérfano y éste se convierte en el criado de todo la familia. “Porque estos son mis hijos y me tienen a mí que soy su padre. Tú no tienes, es una desgracia”. Entonces ese concepto de que la familia unida jamás será vencida, aquí es muy relativo. El sobrino es sobrino y, como es sobrino, tiene también que buscarse la vida. Ahora, de ahí a que se lleven bien, es otra historia.

– Ahora estamos en sus vacaciones de verano (noviembre, diciembre y enero). Muchos niños se han ido a casa de sus familiares… ¿Es esto un modo también de ver si existe la posibilidad de la reinserción?

– Es un modo, efectivamente. Es una manera de medir las fuerzas de ambas partes, del chaval y de la familia, ver cómo están, cuál es la situación: primero afectiva y después la de mantenimiento. La primera es la más importante, porque la segunda siempre se puede intentar hacer algo.

– ¿Resulta complicado dirigir un centro tan grande, con tantos trabajadores, con la única ayuda del Padre Carlos?

– No, no me resulta complicado. No me resulta complicado porque también voy delegando en la gente muchas responsabilidades, sobre todo las relacionadas con su cultura. Tengo quienes me ayudan con eso y entonces la dirección del centro se hace mucho más llevadera.

– ¿Por qué los temas culturales son los más difíciles?

– Son los más difíciles porque existen siempre muchos matices, incluso palabras o la misma forma de expresarse que requieren un vocabulario muy particular, que muchas veces desconozco.

– En mi opinión,  la dependencia hacia ti es total, lo que provoca que la situación sea muy frágil. ¿Se puede ir esto al garete si tú te vas?

– No, esto no se va al garete porque yo me vaya, porque esto está apoyado por una congregación. Si yo me fuera vendría otro, y además aquí ya hay gente que trabaja muy bien. Y una manera de mostrar que yo confío en ellos, y de que pueden trabajar sin mí es, volviendo a la primera pregunta, arriesgar incluso en abrir locales que van a estar prácticamente gestionados por ellos. Yo ya he pensado en gente, y gente que me ha demostrado que pueden trabajar sin mí. Y ejemplos tenemos, Charenga podría ser uno. Es decir, que en ese sentido, “irse todo al garete”, yo creo que no.

– Hablando de todos esos trabajadores que tienes aquí: ¿cómo los seleccionaste? ¿Cuál es su función?

– Este personal que tenemos lleva con nosotros casi desde el principio. Es un personal con el que hablo mucho, con el que he tenido numerosas reuniones, sobre todo el año pasado, de formación, de lo que es ser educador… Porque la manera de ser educador aquí tampoco es como nosotros la entendemos. Para ellos ser educador es lo equivalente a ser maestro, profesor. Fue difícil hacerles ver que no era así, que su trabajo consiste en recoger toda la vida del niño. No los momentos sueltos del estudio, sino todo: desde la alimentación, pasando por la salud, por la limpieza, al apoyo escolar y el estudio. Y, poco a poco, lo han ido aprendiendo. Tengo por ejemplo un encargado de las escuelas, que lleva todo lo relacionado con la educación, que es Juta. Y las relaciones con el barrio pasan por Daniel, se traten éstas de cosas buenas como de algún pequeño conflicto.

LES DESEAMOS UN FELIZ AÑO 2011 Y LES AGRADECEMOS TODO EL RESPALDO QUE NOS HAN PROPORCIONADO HASTA AHORA (PADRES SOMASCOS – MOZAMBIQUE)